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"L'osservazione psicopedagogica del bambino"
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Articoli (dott.ssa P. Miele Caccavale) (dott.ssa M. Scognamiglio) (dott.ssa F. Coviello)
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AFFIDAMENTO CONDIVISO E PROGETTO SEPARATIVO di Paola Miele Caccavale, psicoterapeuta e mediatrice familiare
Il valore indiscutibile della legge 54/06 è l’affermazione del principio della “bigenitorialità”, nel quale l’affidamento dei figli ad entrambi i genitori diventa strumento privilegiato di prevenzione del disagio e tutela di un più sano processo evolutivo nei figli. In una “cattiva separazione”, caratterizzata dall’esclusione o sparizione del genitore che non convive abitualmente col figlio, si può determinare infatti una distorsione o un impoverimento nel processo di sviluppo del bambino o dell’adolescente, poiché viene depotenziata l’efficacia della protezione, del sostegno, del riferimento e del “contenimento” dell’individuo durante la sua crescita che derivano dall’esercizio complementare delle funzioni e dei due ruoli genitoriali. Complementarità che non si lega rigidamente ad una categorizzazione (“il padre”, “la madre”) o distinzione di genere, ma è intrinseca al rapporto tra due polarità genitoriali (che svolgono funzioni diverse, ma il cui reciproco completamento fornisce ai figli il modello fondamentale ed un insieme di “strumenti” potentissimi per affrontare la vita) impossibile, quando il ruolo genitoriale è unico o uno dei due genitori è troppo periferico o inconsistente. Per potersi effettivamente esprimere, però, il valore della bi-genitorialità non può essere semplicemente enunciato: richiede modalità relazionali tra i genitori che contemplino il dialogo, il confronto e lo scambio, nel riconoscimento e perseguimento dell’obiettivo comune di una crescita armonica del figlio/dei figli. Molti psicologi che, come me, lavorano da molti anni nell’ambito della separazione (soprattutto quelli che come me sono anche mediatori familiari) riconoscono la necessità di adottare, in fase iniziale, cioè all’esordio o addirittura nella sola prospettiva della separazione, strumenti “preventivi” che riducano al massimo il rischio di un’esasperarsi della conflittualità, dentro e fuori dell’ambito giudiziario. Occorre , in altre parole un vero e proprio “progetto di separazione”. Perciò si richiede, parallelamente e contemporaneamente ad una legge, come quella dell’affidamento condiviso, che afferma il valore della bigenitorialità, il supporto di una più valida rete di sostegno sociale e professionale per gli ex-coniugi . Soprattutto servizi di orientamento (ad es. alla Med. Familiare o al sostegno genitoriale) e di consulenza al progetto separativo. Perché, come del resto durante questi ultimi anni si è verificato, non è sufficiente l’introduzione della legge per determinare un reale cambiamento nell’ottica, nella mentalità e nella gestione pratica della separazione e si profila il rischio che, nei genitori fino ad oggi penalizzati da un affidamento esclusivo mal gestito, prevalgano le istanze rivendicative e punitive nei confronti dell’ex-coniuge su quelle più costruttive e progettuali a favore dei figli. Oppure, nei genitori che fino ad oggi abbiano gestito in modo “estromettente per l’altro genitore” l’affidamento esclusivo in loro favore, si può verificare il ricordo a strumenti in ambito legale e giudiziario “eccessivi” (come la richiesta di decadenza della potestà genitoriale). Si determina così, come effetto paradosso rispetto agli intenti della legge, l’innalzarsi della conflittualità anziché la sua riduzione. Dalla accresciuta conflittualità possono derivare inoltre alcune conseguenze secondarie: · il moltiplicarsi del contenzioso giudiziario, con l’effetto di un intasamento e rallentamento dei procedimenti ancora maggiore di quanto già accada; · un’avocazione a sé da parte del magistrato di un maggior numero di decisioni che riguardano il nucleo familiare, con una conseguente “espropriazione” di entrambi i genitori della decisionalità in merito ai propri figli ancor maggiore, rispetto a quanto oggi possa accadere: · un “utilizzo” dei figli (ad esempio nel loro previsto “ascolto” in Tribunale) fortemente strumentale ad un genitore o all’altro nell’ottenimento di obiettivi che prescindono dal loro reale interesse. Tutti questi aspetti si connotano come a loro volta paradossali rispetto allo spirito della legge (tesa alla riduzione del conflitto ed alla corresponsabilità dei genitori) e negativi per tutti i diversi soggetti del nucleo familiare, non solo per il coniuge che ha goduto dell’affidamento esclusivo. Come spesso accade, negativi soprattutto per i figli. Questa riflessione non ha lo scopo di sminuire o demolire la portata innovativa e trasformativa della legge, ma anzi di proteggerne gli obiettivi e le future evoluzioni. Segnalare alcuni suoi punti di vulnerabilità ed affrontarli, una volta riconosciuti, con strumenti corretti e strategie adeguate, può evitarle in futuro una contestazione in toto (col rischio che venga definita inefficace o contraddittoria rispetto agli obiettivi che si proponeva) con un possibile ritorno acritico al modello precedente: il nuovo prevalere, ‘tout court’, dell’affido esclusivo dei figli ad un solo genitore. Per operare una reale “riprogrammazione culturale” in tema di separazione ed affidamento dei figli, occorre allora adottare criteri e strumenti preventivi che riducano al minimo la conflittualità, dentro e fuori l’ambito giudiziario, ed amplifichino ed esaltino la genitorialità nel momento in cui la coniugalità viene meno All’esordio o anche nella sola prospettiva della separazione, nello stesso tempo in cui viene meno la famiglia “istituzionale” legata alla consuetudine della convivenza e della coabitazione dei coniugi, è necessario che questi, ridefinendosi nel ruolo centrale di genitori, possano allestire un vero e proprio “progetto separativo” , capace di conservare integro a beneficio dei figli il quadro di riferimento di una “famiglia degli affetti e delle responsabilità”. Un progetto che possa definire non solo le esigenze generali dei figli, ma anche prevedere con una certa lungimiranza i tempi, i modi ed i luoghi per il loro soddisfacimento, e le loro possibili evoluzioni nel tempo. Un progetto di questo tipo può tuttavia non riuscire immediatamente e spontaneamente a coniugi la cui scelta separativa sia stata particolarmente lacerante e dolorosa. Può richiedersi, allora, l’intervento di “terzi” specialisti qualificati delle relazioni familiari e delle esigenze e dinamiche dell’età evolutiva. E può richiedersi l’adozione di strumenti adeguati di intervento sulla coppia e con la coppia. Tra questi strumenti, la mediazione familiare può rivelarsi molto efficace, perché unisce l’obiettivo della co-decisionalità e della corresponsabilità dei genitori con l’attivazione di nuovi e migliori canali comunicativi. Ma si rivela un percorso effettivamente efficace solo se intrapreso correttamente, per scelta autonoma e consapevole dei coniugi; giacché nessun invìo istituzionale può attivare il processo trasformativo negli atteggiamenti reciproci tra gli ex-coniugi necessario a realizzare le sue finalità (ma può addirittura comprometterlo per il futuro). Nessun magistrato o nessuna istituzione possono sostituirsi ai protagonisti, nella volontà di abbandonare i rancori e le recriminazioni della storia coniugale e del passato in favore di un nuovo orientamento al futuro, nuovamente progettuale. Ed è proprio una mediazione familiare stravolta ed abusata, mal applicata perché non rispettata nelle sue condizioni e metodologie intrinseche, ha finito per introdurre talvolta un ulteriore malessere nella coppia, anziché ridurlo. In alternativa alla Mediazione Familiare, allora, o preliminarmente ad essa, quello che un magistrato o un avvocato o uno psicologo, o un’altra figura professionale coinvolta nella separazione possono fare utilmente, è fornire indicazioni ed informazioni (o inoltrare a servizi specifici di consulenza ed orientamento), attraverso cui gli ex-coniugi possano essere ri-orientati, dopo la rottura coniugale, alla ricostruzione di una nuova genitorialità post-separativa, che richiede uno spazio di riflessione e di progetto. Queste informazioni devono consentire alla coppia ed ai suoi componenti un approccio consapevole alle possibili risorse a supporto del loro nuovo percorso di genitori separati (che possono spaziare in una gamma diversificata di percorsi: dalla mediazione familiare al sostegno genitoriale individuale, a quello in coppia, a quello in gruppo; ai percorsi integrati che prevedano anche incontri genitore/figli, laddove si siano presentate difficoltà al riguardo). E, permettendo ai due genitori una scelta in prima persona, una volta compresi con più chiarezza gli obiettivi e le modalità delle diverse proposte di intervento, può rendere la loro decisione di avvalersi dell’una o dell’altra per poter costruire il loro progetto separativo, con una efficacia ed una probabilità di successo estremamente più ampie di quanto possa fare un intervento “imposto per decreto”.
D’altra parte, l’opera degli specialisti dell’area psico-sociale (mediatori, psicologi, esperti del sostegno genitoriale, etc.) non può esaurire tutte le necessità di un valido progetto separativo, che comprende anche un gran numero di componenti “pratiche” (ad es: aspetti economici e patrimoniali) . Perciò, per la completa formulazione e la efficacia di un adeguato progetto separativo riveste un ruolo essenziale il dialogo tra professionisti dell’area legale e dell’area psico-sociale e la capacità di integrazione di competenze e funzioni diverse nel quale ciascuna rappresenti una risorsa per l’altra. La mediazione e gli altri interventi sulla genitorialità non devono definirsi in’alternativa o in concorrenza, o al di fuori delle statuizioni in sede legale, ma permettere ai coniugi di giungere alla costruzione di orientamenti e decisioni condivise sui figli, che possano poi essere convalidate, regolate ed ottimizzate dalle necessarie coordinate giuridiche e legali.
Tutto questo va prospettato anche, ed in misura ancor maggiore, nei casi di ridefinizione di un precedente affidamento esclusivo, laddove la condivisione è un processo da “imparare” con qualche difficoltà in più, perché deve superare una precedente configurazione dei ruoli genitoriali orientata a volte per anni secondo modalità del tutto diverse.
Solo attraverso la costruzione di un progetto separativo in cui i coniugi scelgano di disgiungere le proprie scelte di adulti per prefigurarsi le esigenze dei figli e prevedere le giuste risposte comuni ai loro bisogni, è possibile dare un senso ed un efficacia reale alla scelta di separarsi, rendendola un evento che possa risolvere e migliorare un disagio coniugale e familiare, anziché acuirlo. Diversamente, la separazione si traduce solo: · per gli adulti, in un sentimento di “fallimento” coniugale che porta solo ad un maggiore malessere e ad una facile distruttività · per i figli, in clima di conflittualità in un conseguente disagio irrisolti e crescenti che minano in loro la forza ed il valore di entrambi i riferimenti genitoriali, lasciando alla loro vita futura modelli identitari deteriorati, vuoti emotivi ed ampi spazi di vulnerabilità rispetto alle sfide che li attendono.
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